1/29/2007

60 ANNI IN FIAMMA

Sabato IO febbraio ore 16.30 - Circolo della Stampa (*)

presenta il suo nuovo libro
60 ANNI IN FIAMMA
dal Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale
con: Gianfranco Fini, Gennaro Malgieri e Aldo Di Lello
Testimonianze di: Ignazio La Russa, Cristiana Muscardini, Carlo Borsani

(*) Milano - Corso Venezia, 16

1/17/2007

12/29/2006

Gianfranco Fini e la "nuova" Destra italiana

Al link http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Fini-giustifica-i-mezzi/1463989&ref=hpsp
potete leggere l'intervista concessa a l'Espresso da Gianfranco Fini sul futuro di Alleanza Nazionale.

Cosa ne pensate?

12/15/2006

Santo Natale

semplicemente
BUON NATALE A TUTTI!
Benedetta Borsani

11/17/2006

UNA FINANZIARIA DA CANCELLARE

Ricordate la promessa elettorale?

NON METTEREMO LE MANI
NELLE TASCHE DEGLI ITALIANI








Per chi se lo ricorda
e per chi se lo era dimenticato
questo è l'appuntamento:

scendo in piazza



11/03/2006

Dopo 61 anni, pietà l'è morta...ancora

Ieri, 1° novembre, tutti abbiamo celebrato i nostri defunti.

Ma ancora una volta, dopo 61 anni, è polemica sui morti del Campo 10.

Per fortuna qualcuno si è distinto:
il Cardinale Dionigi Tettamanzi che ha pregato, ed invitato a pregare, per tutti i caduti.

GRAZIE.

11/01/2006

REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

Per i nostri morti
mercoledì 1° novembre - ore 11
Campo 10 del Cimitero Maggiore di Milano

Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuore,
rinnova ogni giorno la passione mia per l'Italia.
Rendimi sempre più degno dei nostri Morti,
affinché Loro stessi - i più forti -
rispondano ai vivi: PRESENTE .
Nutrisci il mio libro della Tua saggezza
e il mio moschetto della Tua volontà.
Fa più aguzzo il mio sguardo, più sicuro
il mio piede sui valichi sacri della Patria.
Sulle strade, sulle coste, nelle foreste
e sulla quarta sponda che già fu di Roma.
Quando il futuro soldato mi marcia accanto nei ranghi,
ch'io senta battere il suo cuore fedele.
Quando passano i gagliardetti e le bandiere,
che tutti i volti si riconoscano in quello della Patria.
La Patria che faremo più grande
portando ognuno la sua pietra al cantiere.
O Signore ! Fa della Tua Croce
l'insegna che precede il labaro della mia Legione.
E salva l'Italia, l'Italia del Duce,
sempre nell'ora di nostra bella morte.
E salva l'Italia del Duce, del Duce.
E sempre nell'ora di nostra bella morte. Così sia.
LA PREGHIERA DEL LEGIONARIO

10/16/2006

DIALOGO? FATTI E NON PAROLE

Nel Consiglio di Zona dello scorso 12 ottobre, l'Unione ha letto un comunicato sull'apertura della scuola araba a Milano che termina con queste belle parole: "... E speriamo che anche questo possa diventare un positivo esperimento per la costruzione dell’armonia necessaria tra cittadini di origini diverse." Mi interessa moltissimo capire se la buona volontà espressa nel richiedere costruzione di armonia tra cittadini di origini diverse è trasferibile in una buona volontà di costruzione di armonia tra consiglieri/politici/cittadini di idee politiche diverse.

Mi spiego: come Presidente della Commissione Casa - appoggiata da tutta la CDL- ho proposto all'opposizione di esprimere un loro consigliere come mio Vicepresidente. La risposta è stata assolutamente negativa.

Mi stupisce vedere un atteggiamento che usa due pesi e due misure a seconda dell'opportunità "politca". La mia intenzione - concreta - di instaurare un dialogo costruttivo dando la Vicepresidenza di una Commissione all'opposizione è stata coi fatti respinta al mittente, negando coi fatti una reale possibilità di dialogo.

Me ne dispiaccio, ma ne prendo pubblicamente atto.

9/19/2006

EROI DEI NOSTRI GIORNI

BENEDETTO XVI

“La religione non può che essere foriera di pace”

9/16/2006

BASTA AP - PRODI !

Il Governo Prodi vuole legalizzare l'invasione,
abbassando da 10 a 5 gli anni per ottenere la CITTADINANZA ITALIANA! FIRMA ANCHE TU PER DIRE NO.

Su http://www.alleanzanazionale-milano.it/ scarica il modulo per la raccolta firme.

9/15/2006

ORIANA FALLACI

26 giugno 1929 - 15 settembre 2006

Nel 2005 Milano le aveva conferito l’Ambrogino d’Oro con questa motivazione :"Giornalista e scrittrice tra le più apprezzate ed amate del mondo. I suoi libri sono stati tradotti in decine di paesi. Nel corso della sua carriera ha intervistato le più grandi personalità della politica e della cultura ed ha vissuto da protagonista gli eventi internazionali che hanno segnato la nostra storia recente. Un’autrice decisa, vitale, forte, autentica, con il coraggio delle sue idee, eroica nell’affrontare in modo diretto i drammi del nostro tempo e le circostanze avverse, filtrando la realtà attraverso l’esperienza vissuta, la fedeltà ai valori morali e, anzitutto, al valore della libertà”.

9/05/2006

E L'ALTO ADIGE HA UNA POTENZA TUTRICE...

Bene.... continua sempre più l'integrazione tra italiani e "tedeschi"(??) "austriaci"(???) nel nord del nostro paese... in una regione italiana chiamata Trentino Alto Adige. Una regione a statuto speciale che, come tale, gode di parecchi privilegi. E non solo economici. Ma, a quanto pare, qualcuno sputa nel piatto in cui già da anni ingrassa. Vogliono entrare a far parte dell'Austria, che si dichiara "potenza tutrice"? Ottimo, accontentiamoli e leviamo loro lo stato di regione a statuto speciale, con annessi e connessi.

8/25/2006

INTEGRAZIONE SENZA ITALIANO? IMPOSSIBILE

Se c'è un fatto da imparare e non dimenticare dal caso di Hina, è che il solo modo per realizzare una reale integrazione è insegnare l'italiano agli immigranti. E' il solo modo per garantire loro una reale integrazione. Integrazione sociale, lavorativa e culturale. Mi pare che nessun media si sia soffermato sul fatto che la madre di questa svenutrata ragazza ha tenuto una conferenza stampa avvalendosi di interpreti pachistani.
Invece di confondere le acque e spostare il problema del razzismo su uno scontro di religioni, SAREBBE MEGLIO PARTIRE DALL'ABC....OSSIA DALL'ITALIANO.
A seguire, poi, tutti gli altri discorsi.

OPPOSIZIONE

Vorrei lanciare una provocazione, che poi tanto provocazione non è. Mi piacerebbe molto che la CDL votasse NO alla missione in LIBANO. Abbiamo già sprecato un’occasione con la missione in Afghanistan. Non bruciamo anche la seconda.

Vedete: io penso che sicuramente il primo obiettivo di un politico responsabile deve essere il bene del Paese. E quindi voterei NO. NO ad ogni proposta dell’attuale Governo. ORA SÌ. Ora che a distanza di mesi dal fatidico 9 aprile L’UNIONE ha dimostrato esattamente le modalità con cui vuole governarci: assoluta mancanza d’ascolto di quella parte non certo esigua di Italiani che hanno votato la CDL ed okkupazione strategica di tutte le posizioni istituzionali e non, in modo chirurgico ed inesorabile. Per non parlare dei provvedimenti adottati sempre con la fiducia (il BERSANI vale per tutti) per "far fronte a tutti gli impegni"assunti in campagna elettorale.

Bene, è dal fatidico 9 aprile che li osservo: a questo punto, visto il loro modo di governarci, IO DICO NO A TUTTE LE LORO PROPOSTE. RITENGO SIA IL SOLO MODO PER PROTEGGERE IL NOSTRO PAESE. RICORDATEVI DELL’INDULTO E DELLE SUE “CONSUGUENZE” CHE CONTINUANO A RIEMPIRE LA STAMPA.
OPPOSIZIONE DURA ED INFLESSIBILE CON UN SOLO OBIETTIVO: MANDARLI A CASA!

8/10/2006

RIFORME: ABOLIRE LE PROVINCE

Con il post di oggi inizio la pubblicazione di una serie di articoli che lanciano e/o riprendono forti provocazioni perchè se ne possa discutere approfonditamente e senza remore, nel reciproco rispetto. Sebbene potranno essere un po' lunghi, dedicate loro una lettura attenta e non sottraetevi al dibattito.

Quello di oggi è stato pubblicato su Il Sole 24 Ore di mercoledì 9 agosto ed è: Trovare il coraggio di abolire le Province (di Gianfranco Fabi)

Coraggio. Se veramente si vuole modernizzare l’Italia non bastano i piccoli passi sulla strada dell’efficienza, non è sufficiente (anche se è molto utile) rendere effettiva la concorrenza e più aperto il mercato. In uno Stato in cui è molto facile aggiungere e sovrapporre appare encomiabile e degno di passare alla storia chi riesce ad abolire qualcosa. E così saremo eternamente grati a Vincenzo Visco che sarà pur responsabile delle ultime complicazioni fiscali, ma almeno quando ebbe la responsabilità dell’allora ministero delle Finanze riuscì ad abolire il bollo sulla patente. Ora si tratterebbe di mettere a punto un progetto un po’ più complesso, ma ancora più meritorio: quello di abolire le Province. Certo, l’idea non è nuova. Ogni tanto torna a galla e viene riproposta, ma viene immediatamente e puntualmente impallinata dal convergente interesse di una classe politica preoccupata di non turbare gli equilibri acquisiti e di non rinunciare a una pur piccola fetta di potere. Eppure le Province, nella loro dimensione di organo elettivo e di rappresentanza politica, non hanno più ragione d’essere nell’attuale evoluzione costituzionale. Avrebbero dovuto essere abolite quando sono state istituite le Regioni e invece non solo sono rimaste intatte, ma sono addirittura aumentate di numero e nuovi progetti di legge istitutivi sono all’esame del Parlamento. Sui libri di scuola degli anni 6o le Province erano 92. Poi nel 1968 arrivò Pordenone, nel 1970 Isernia, nel 1974 Oristano. Nel 1992 se ne sono aggiunte ben otto: Verbano-Cusio-Osso la, Biella, Lecco, Lodi, Rimini, Prato, Crotone, Vibo Valentia. Nel 2001 la Sardegna crea quattro province divenute operati ve nel 2005, Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias. Nel 2004 è stato dato il via libera a Monza e Brianza, Fermo e Barletta-Andria-Trani (tre capoluoghi per una sola picco la realtà, un record). È arrivato così a 110 il numero complessivo delle Province italiane (tenendo conto anche della Valle d’Aosta dove tuttavia Provincia e Regione coincidono). E in tanto bussano al Parlamento decine di disegni di legge per istituirne altre. Da BustoArsizio alla Val Camonica, da Sala Consilina all’Arcipelago campano, dalla Versilia al Tigullio, la Provincia rischia di diventare come «un sigaro toscano e un titolo da cavaliere», che, diceva Giolitti, non si negano a nessuno.
Eppure ci sono mille ragioni per abolire le Province e quindi automaticamente impedire che ne nascano di nuove. Sono, tra l’altro, una dimensione politica che non ha paragoni in nessun altro Paese simile all’Italia. In Francia i Dipartimenti hanno dimensione analoga, ma al di sopra c’è poi solo lo Stato. E in Germania non c’è nulla tra i Comuni e i Länder. In Gran Bretagna ci sono le Contee, ma hanno carattere tecnico-amministrativo e non politico. Negli Stati Uniti avviene lo stesso e nella maggior parte dei casi le contee sono una linea sulla carta geografica oppure individuano le competenze giudiziarie o di polizia: non a caso l’autorità più importante è lo sceriffo.
Ma che competenze hanno le Province italiane? Molte, complesse e indispensabili dicono i difensori dell’Istituzione. Gestiscono gran parte della rete viaria (tranne le autostrade, a meno che non ne posseggano una quota), hanno responsabilità diretta sull’edilizia e gli arredi scolastici, promuovono i corsi di formazione professionale, gestiscono i centri per l’impiego, curano le iniziative per la difesa ambientale, esercitano i controlli antisismici. Tutte responsabilità importanti per la promozione e lo sviluppo del territorio e che nessuno vuole certo abolire. La domanda vera infatti è: c’è bisogno di un livello politico-rappresentativo per gestire queste competenze? Sono indispensabili un Consiglio provinciale, tanti assessori, un presidente e altrettanti uffici?
La risposta è puramente e semplicemente “no”. Perché una buona manutenzione delle strade o i controlli antisismici non sono né di destra né di sinistra e una gestione coordinata e programmata di tutte le competenze provinciali può avvenire probabilmente meglio attraverso entità tecnico-operative che possono mantenere le attuali dimensioni, ma dipendenti “politicamente” dalle Regioni. Non è solo un problema di costi. Gran parte del personale delle Province svolge un’opera utile e meritoria che dovrebbe continuare a svolgere sotto il cappello regionale (o, in qualche caso, municipale). Quello che va abolito è solo l’apparato politico: presidenti, assessori e cancellieri più il loro staff, le loro segreterie, i loro consulenti. Si risparmierebbero subito più di cento milioni di euro, come ha dimostrato domenica scorsa l’inchiesta del Sole-24 Ore sui costi della politica, e gli effetti positivi dei risparmi si moltiplicherebbero a catena.
Ma non è comunque l’entità della cifra la ragione maggiore per muoversi. Abolire la dimensione politica delle Province risponderebbe soprattutto alle esigenze di modernità, di superamento dello Stato napoleonico, di avvicinamento dei cittadini alla politica. Esaltando le competenze dei Comuni, la capacità delle Regioni e il coraggio dello Stato di fare una vera cura dimagrante senza ridurre, ma anzi migliorando, l’efficienza dei propri servizi.

7/07/2006

MORIRE: COME?

Oggi l'argomento è piuttosto duro: morire, come?

Lo spunto mi è venuto da un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 24 giugno...e da allora mi arrovello se sia il caso o meno di dare voce alla questione.

Umberto Veronesi ha "ideato" il testamento biologico con cui si possono dettare le proprie volontà su come essere "curati" in caso di
- malattia o lesione traumatica cerebrale irreversibile e invalidante
- malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione.

Le implicazioni sono moltissime, etiche, religiose, legali, ma io mi chiedo:
se fossimo noi? cosa vorremmo? potremmo lasciare ad altri il peso di una tale decisione?
dov'è il limte dell'accanimento terapeutico? Siamo sicuri che levando il sondino a chi è in uno stato vegetativo non lo si faccia soffrire condannandolo a morire di sete?

Gli indiani d'America quando reputavano giunta la loro ora si ritiravano in disparte , aspettando il loro momento...

Forse la vera questione riguarda la nostra "moderna ed evoluta" società, dove tutto è basato sull'apparenza e sulla velocità. Dove tutti devono essere sempre giovani. Dove il dolore deve rimanere nascosto.
Dove chi muore deve essere sepolto in 24ore senza nemmeno dare il tempo a chi gli era vicino di riflettere. Di sentirne la mancanza. La vita continua e nulla deve turbare l'efficienza dell'ingranaggio.

CREDO SIA MEGLIO IMPARARE A CONVIVERE CON IL PENSIERO DELLA MORTE. PRENDERE COSCIENZA CHE NON SIAMO ETERNI.
GODERE DELLE PERSONE CHE SI HANNO VICINE FINCHE' CI SONO.
PREPARARSI SERENAMENTE AL DISTACCO.
NON AVERE PAURA DI VIVERE.

6/29/2006

UNA RIFLESSIONE SULL'ESITO DEL REFERENDUM

L’analisi dei risultati della votazione referendaria dovrebbe essere motivo di seria preoccupazione soprattutto per i parlamentari del centro-sinistra eletti nella circoscrizione estero.
In America Settentrionale e Centrale vince il SI con il 52,8%.Il Sen. Turano (sinistra) subisce la vittoria del SI negli USA (53,4%) e nella sua Chicago (53,2%).Va meglio all’On. Bucchino (sinistra) perche’ anche se il SI vince di misura in Canada (50,1%), la sua Toronto e’ in controtendenza; infatti e’ l’unica circoscrizione elettorale del Canada e di tutta la ripartizione dove ha vinto il NO con il 52,3%.
In America Meridionale il SI vince con il 62,9%.I sostenitori di Prodi Sen. Pallaro ed On. Merlo assistono alla vittoria del SI in Argentina (58,2%) e nella loro Buenos Aires (56,3%).Va anche peggio per il Sen. Pollastri con il SI al 73,4% in Brasile ed al 70,4% nella sua San Paolo. Il Sen. Randazzo (Margherita) e l’On. Fedi (DS), si ritrovano con il SI al 53,4% nella loro ripartizione, al 52,4 % in Australia ed al 54,3% a Melbourne dove vivono.
In Europa, dove e’ piu’ forte l’influenza della politica italiana, il SI vince, ma con solo 4,5 punti percentuali ed a macchia di leopardo. Infatti se, ad esempio, e’ vero che nella Francia dell’On. Farina (DS) vince il NO con il 52,2%, il SI vince a Lilla (51,4%), a Marsiglia (52,6%), a Nizza (52,8%) e pareggia a Tolosa.Nella Svizzera del Sen. Micheloni (DS), dell’On. Narducci (Margherita) e dell’On. Razzi (IdV) il NO e’ al 59,6, ma a Lugano il SI e’ al 51,8%.
Nel maggior Paese di emigrazione, la Germania, c’e’ un sostanziale pareggio (SI 49,8% - NO 50,2%), ma il SI prevale a Stoccarda, Colonia, Dortmund, Friburgo, Hannover, Norimberga e Saarbrucken.

6/20/2006

QUESTO REFERENDUM E’ UN’ OCCASIONE STORICA. NON PERDIAMOLA.

SERVELLO: “QUESTO REFERENDUM E’ UN’ OCCASIONE STORICA. NON PERDIAMOLA.” Per la prima volta, da 1947, gli italiani hanno la possibilità di cambiare realmente la Costituzione. Gli allarmisti sono in malafede. Con il premierato, lo scettro torna al popolo sovrano.
“Quella del 25 e 26 giugno è un’occasione storica. E richiede una grande mobilitazione. Per la prima volta, in quasi sessant’anni, abbiamo la possibilità reale di riformare la Costituzione”. Insiste molto sulla crucialità dell’appuntamento referendario lo storico esponente della destra italiana Franco Servello. Quello della riforma istituzionale è uno dei leit motiv della sua attività politica fin da quando, alla fine degli anni Settanta, lanciò la campagna per la Nuova Repubblica al fianco di Giorgio Almirante (all’epoca Servello era il vicesegretario vicario del Msi – Dn). Tra il 1997 e il 1998, l’uomo politico di An ha fatto parte della Commissione Bicamerale, dimostrandosi uno dei commissari più attivi e continui, come pubblicamente gli riconobbe il presidente di tale commissione, Massimo D’Alema. Sulla necessità di modernizzare le istituzioni Servello ha pubblicato diversi libri. Tra questi ricordiamo Quarant’anni e li dimostra – L’Italia del malessere dal 45 a oggi, uscito in vista del quarantennio della Costituzione, e Italia addio?, pubblicato nel 1998, all’indomani del fallimento della Bicamerale. Questa lunga esperienza sul campo delle riforme non ha minimamente fiaccato il suo entusiasmo. Il presidente della Campania, Antonio Bassolino, dichiara di augurarsi una mobilitazione degli elettori meridionali contro la riforma. Lo spauracchio demagogico è quello della sperequazione tra Regioni del Nord e Regioni del Sud.
Lei, senatore Servello si batte da una vita per l’unità e la coesione della nazione. Quindi, se si impegna per il “sì”, vuol proprio dire che certi allarmismi sono solo fumo negli occhi, no? Si, quella di Bassolino e di certi meridionalisti dell’ultimora è demagogia allo stato puro. Ha fatto bene a ricordare il mio percorso politico. Figuriamoci se uno con il mio passato potrebbe dire sì a una riforma avendo anche solo il più piccolo sospetto che tale riforma possa spaccare il Paese. Parliamo piuttosto di cose serie e concrete. Nel testo della legge c’è un richiamo esplicito e chiaro all’unità dello Stato e all’interesse nazionale.
Cosa vuol dire in pratica? Innanzi tutto il fatto che non ci saranno Regioni a due velocità. La clausola dell’interesse nazionale fa sì che tutte avranno garantite le stesse opportunità nel quadro dell’equità, solidarietà e sviluppo sociale. Prima dell’entrata in vigore, nel 2011, c’è tutto il tempo di calibrare l’intervento dello Stato prevedendo un fondo perequativo. E poi vorrei precisare che, quello previsto dalla riforma, non è un vero e proprio federalismo, quanto piuttosto un trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni nell’organizzazione di servizi essenziali come la sanità, la scuola e la polizia locale.
Ma ci sarà pure qualcosa che non la convince del tutto in cinquantasette articoli che cambiano…Guardi, l’intero impianto della legge di riforma è coerente e le varie parti si tengono bene insieme. Dovendo trovare punti deboli, direi che possono annidarsi nel nuovo Senato. Andrebbe meglio precisata la distinzione di funzioni rispetto alla Camera. E questo per snellire il processo legislativo, come è nei principi ispiratori della riforma. La fine del bicameralismo perfetto dovrebbe servire proprio a darci un iter di approvazione delle leggi più rapido ed efficiente.
Insomma, esistono comunque margini di miglioramento, anche dopo il 26 giugno. Certo che esistono, certo che si può ancora intervenire. Quelli che dicono “prendere o lasciare” sono in malafede. Gli elettori sono chiamati a giudicare l’insieme della riforma e i suoi principi ispiratori. Ma nulla vieta che si possa intervenire qua e là per correggere qualche singolo punto difettoso. Abbiamo cinque anni per apportare miglioramenti. Deve essere però chiaro un concetto.
Quale concetto? O adesso o mai più. Chissà quanto dovremmo attendere ancora prima di riavere un’occasione del genere. Come minimo dovremmo aspettare un’altra legislatura. E’ chiaro come il sole che il centrosinistra vuole lasciare tutto così com’è. Non dico che non vi siano forze riformiste nell’ambito dell’Unione. Ma proprio per questo è importante e strategico che vinca il “sì”. Se vincesse il “no”, è evidente che queste forze verrebbero soverchiate dagli immobilismi, che possono far valere il loro potere di interdizione. E poi guardi, se la legge di riforma venisse bocciata, staremmo comunque peggio di come stiamo oggi, perché tornerebbe in vigore la modifica del Titolo V approvata nel 2001, dal centrosinistra, con appena cinque voti di maggioranza. Ci ritroveremmo cioè con una “riforma” piena di storture.
Lei è stato tra i commissari della Bicamerale presieduta da D’Alema. Che insegnamento ne ha tratto? Che non si possono fare le riforme finché rimane forte il condizionamento della politica. Quella Bicamerale lavorò bene. Ma al momento decisivo naufragò per i veti incrociati tra maggioranza e opposizione sulla questione della giustizia. Anche per questo dico che oggi abbiamo un’occasione storica. Pensi solo al fatto che un Parlamento ha deciso la propria autoriduzione di 177 parlamentari. E’ qualcosa che ha del miracoloso. E appare tale anche osservando il comportamento dell’attuale maggioranza, che ha moltiplicato poltrone e strapuntini. No, il centrosinistra non ha voglia di riformare nulla e non riformerà un bel nulla.
E che mi dice, senatore Servello, del premier forte? C’è chi dice che non ha precedenti e che sarebbe una specie di dittatore. Questa è un’altra favola messa in giro da chi vuole che tutto resti così com’è. Ma quale dittatura!La nostra riforma prevede la sfiducia costruttiva, come accade in Germania. Se il premier non ha più la fiducia del Parlamento, se ne deve indicare un altro, sempre però nell’ambito della stessa maggioranza. In caso contrario, si torna alle urne. La norma antiribaltone è uno dei cardini della legge. Ecco perché la sinistra non la vuole.
Possiamo dire, in conclusione, che con questa riforma lo scettro torna ai cittadini? Esatto. La legge è stata fatta proprio per i cittadini. Devono avere la garanzia che, se eleggono una maggioranza, questa non potrà più cambiare nel corso della legislatura. Altrimenti, i cittadini utilizzano nuovamente lo scettro ed esercitano la loro sovranità tornando a votare. Però c’è ancora un punto che mi preme di mettere in risalto.
Vale a dire? Che per la prima volta, dal 1947, ci troviamo di fronte a una vera riforma della Costituzione, una legge cioè che contiene elementi realmente innovativi.
E’ un’occasione storica, insomma. Si, storica. E non lasciamocela sfuggire.

SI VOTA SI

6/09/2006

IL 25 E 26 GIUGNO VOTIAMO SI'




















IL VIDEO MESSAGGIO DI GIANFRANCO FINI

Questo il quesito:
«Approvate il testo della legge costituzionale concernente "Modifiche alla Parte II della Costituzione" approvato dal Parlamento e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 269 del 18 novembre 2005 ?»
(clicca qui)


ATTENZIONE: nel referendum confermativo, detto anche costituzionale o sospensivo, si prescinde dal quorum, ossia si procede al conteggio dei voti validamente espressi indipendentemente se abbia partecipato o meno alla consultazione la maggioranza degli aventi diritto, a differenza pertanto da quanto avviene nel referendum abrogativo. ECCO PERCHE' OCCORRE ANDARE A VOTARE.
"Il referendum costituzionale avrà un valore politico immediato e un effetto più generale e duraturo, entrambi potenti... La vittoria del sì o del no referendario è in grado di stabilire da subito il successo o il fallimento del nuovo governo...(clicca qui)"
COSA CAMBIA (clicca qui).

6/06/2006

FERMIAMOCI A RIFLETTERE

I superstipendi dei manager
5 giugno2006 - CorrierEconomia - di Pier Luigi Celli
Una casta che guadagna troppo: anche 50 volte più degli impiegati. Con effetti devastanti e non ancora misurati

Siamo portati a dare alla politica molte delle responsabilità che investono il degrado del vivere civile e la corrosione dei parametri di riferimento etici che hanno indebolito priorità e valori individuali. Eppure, se guardiamo al mondo delle imprese troviamo elementi di riflessione che non ci portano molto lontano da analoghi pensieri amari.
Abbiamo assistito, negli anni recenti, ad una espansione dei livelli retributivi, del management al vertice dell' impresa, che non ha, razionalmente, alcun rapporto lineare coi risultati reali. Soprattutto se si considera che questi, quando presenti, sono pressoché tutti in attività largamente protette, vere e proprie rendite di posizione che, come è facile vedere, pochissimo hanno contribuito allo sviluppo economico del Paese.
Si è venuta formando un'élite privata, beneficiata da risorse che hanno cambiato non solo la vita dei fortunati e abili interessati, ma hanno potenzialmente modificato aspettative e prospettive nel tenore di vita di intere generazioni familiari a venire. Vere e proprie fortune di guerra. Se il differenziale tra retribuzione normale, diciamo da impiegato o piccolo dirigente, e quello delle posizioni di vertice in azienda o banche è di 1 a 50,
perché meravigliarsi poi se nascono dei cattivi pensieri?
Con l'affermarsi di distanze incolmabili sul versante retributivo, cade, innanzitutto, la simmetria della fedeltà tra vertice e corpo aziendale, nel senso che l'eccesso è comunque vissuto come un tradimento dei principi di equità. Si rafforza, di conseguenza, un principio di «dissociazione» (proprio in chi si sente ormai permanentemente marginale) che lavora in maniera sorda, da un lato, sulla affettività scarsamente evoluta di quanti sono esclusi dai percorsi che contano e, dall'altro, abilita astuzie puramente strumentali, volte a garantire la sopravvivenza e a trarre benefici opportunistici.
La sordità di certe organizzazioni, la riorganizzazione continua degli assetti, la pesantezza di movimento e la diaspora (provocata o di iniziativa autonoma) delle risorse, soprattutto intermedie, riflette in gran parte questa sconnessione crescente tra valori dichiarati e interpretazione numerica degli stessi; tra economia reale e impressione diffusa di assalto alla diligenza. Con una ricaduta, sulle psicologie individuali, potenzialmente deleteria per le imprese.
Perché il dipendente normale, trattato come commodity, marginale e sostituibile (e, d'altra parte, la differenza di scala retributiva certifica a oltranza la sua irrilevanza) finirà rapidamente per percepirsi lui stesso come tale, con una immagine di sé degradata fino al punto di non meritare la propria stessa stima e il proprio rispetto. Come tutte le profezie che si autoavverano, questa prospettiva lo renderà pressappoco inutile e, dunque, inutilizzabile. Un peso, con la testa altrove.
Ma vi è un danno anche maggiore, generato da questa bolla salariale che specula sulle aspettative artificiali dei valori di Borsa, quasi sempre determinati da analisti in cerca perenne dell'ultimo paradiso. Ed è rappresentato dalla tentazione, largamente presente ormai, di costruire, in vitro, manager «da notizia»: quelli, cioè, che possono essere venduti con successo nel mercato degli indici a breve, selezionati secondo parametri che piani strategici e indicatori di budget hanno ormai codificato con noiosa routine e ampia connivenza di audience.
Il rischio, che siano tutti uguali, più o meno cloni di qualche grande scuola, è meno importante dell'incapacità, che una impostazione di questo tipo si porta dietro, di fare scuola, di produrre allievi, di allargare il tessuto di competenze e di storie al di là del proprio personale successo. Di costruire un gruppo. È un altro fenomeno connesso a questo esplodere di compensi disorganici. La loro mediatizzazione finisce per proporre modelli che incidono significativamente sulle aspettative di quanti fanno dell'investimento sulla carriera e sul curriculum una ragionevole tavola di salvezza per le proprie ambizioni professionali.
Emergono così i cercatori di status «prematuri», i teorici delle scorciatoie, gli affiliati estatici. Tutta una fauna premanageriale che intasa i files dei cacciatori di teste e gioca a dama coi percorsi e i luoghi canonici delle frequentazioni che contano. Si va a vela, appena si può. O anche allo stadio. Anche la vicinanza dei conti a sei zeri (in euro, s'intende) vivifica le speranze, tonifica le aspettative e accende l'immaginazione. Determinando, purtroppo, comportamenti adeguati allo stile. L'ideologia delle stock options e del profit sharing orienta le teste sul valore dell'equity ed è totalmente eterodiretta: il «fuori», (quello che si pensa fuori, quello che si comunica fuori, quello che si muove fuori) è immensamente più rilevante del «dentro», di quello che succede agli uomini e all'organizzazione all'interno.
Questa tenderà a disporsi «a corte», come in tutti i contesti in cui l'ossequio diviene preminente. Gli uomini comuni, quelli i cui destini girano al di sotto dei livelli che contano, finiranno per capire che se non c'è equità nella distribuzione delle risorse è inutile seguire delle regole: tanto vale imboccare anche precarie scorciatoie al successo. Fioriscono così fortune anche modeste, ma sempre in tiro su modelli che non hanno nulla a che spartire con la professione, la serietà, l'impegno nel tempo. Ognuno sarà portato a costruirsi, a spese di altri, la sua personale dotazione di stock options equivalenti, magari di frodo o, quantomeno, senza alcun rispetto sociale.
Avremo dunque nuovi idoli, un po' celebrati e un po' esecrati, in genere imperturbabili. Salvo quando, all'interno di imprese che sembravano inossidabili, scoppiano vere e proprie lotte tribali, con epurazioni, tagli di teste e catarsi finale.
E' il ciclo della natura che ripensa se stessa, distruggendo gli stessi uomini che l'hanno a lungo interpretata. Ma quanti hanno perso l'onore, ancor prima del posto?